a cura di Silvano Minuto – APAN 

Recentemente in un programma televisivo dedicato alla vita nell’Universo, alcuni astronomi (con grande ottimismo) hanno dichiarato che le stelle solo nella nostra galassia sono miliardi, di galassie ce ne sono miliardi quindi la vita si può trovare dappertutto. In un altro programma si è parlato di una prossima missione spaziale che dovrà accertare se intorno agli esopianeti scoperti esiste un’atmosfera. 

Se sì ci saranno probabilmente delle forme di vita. Un miliardario russo sta programmando un viaggio (che dovrebbe utilizzare delle vele cosmiche) verso Proxima centauri, la stella più vicina al nostro Sole, dove è stato scoperto un pianeta delle dimensioni quasi terrestri. Il viaggio durare circa 140 anni; arrivati un robot dovrebbe riprende delle immagini dell’esopianeta e inviarle verso la Terra. 

Queste dichiarazioni non sembrano troppo scientifiche, chi utilizza dei soldi pubblici per la ricerca dovrebbe informare il pubblico con notizie più ponderate. 

Ricordiamo che le stelle che vediamo in cielo per un terzo sono stelle doppie che difficilmente possono avere pianeti stabili. Una parte di quelle rimanenti hanno una vita troppo breve per sostenere l’evoluzione. Altre, le più piccole, spesso sono stelle variabili e hanno la zona di abitabilità vicino alle stelle stesse con possibilità di avere pianeti con moto sincrono. 

Un’atmosfera non vuole dire che un pianeta possiede la vita, le condizioni della sua esistenza sono soggette alle vicissitudini che si devono affrontare nel corso dei miliardi di anni: vulcani, terremoti, impatti di comete e asteroidi, estinzioni di massa, dimensioni dei pianeti, quantità di acqua in superficie ecc. 

Per meglio capire questi problemi stiamo raccogliendo del materiale che forse diventerà un libro; il titolo lo abbiamo già: La Terra e la vita nell’Universo. Qualche argomento è già stato predisposto e vogliamo proporlo in anteprima nel bollettino. 

Tra i grandi astronomi dell’antichità dobbiamo ricordare Ipparco di Nicea (Nicea 200 a.C. – Rodi 120 a.C.), astronomo e geografo soprattutto per la scoperta della precessione degli equinozi. La precessione è un movimento della Terra che cambia in continuazione l’orientamento del suo asse di rotazione rispetto alle stelle fisse. Il moto si compie ogni 25.772 anni e fa cambiare lentamente la posizione delle stelle e quella del polo. La spiegazione del fenomeno fu inserita da Ipparco nella sua opera “Sullo spostamento dei segni solstiziali ed equinoziali”, purtroppo perduta. Il metodo viene però descritto nell’Almagesto da Tolomeo nel II secolo d.C. Nessuna delle sue opere (almeno quattordici) si è conservata, salvo un commentario su un poema astronomico di Arato di Soli. 

Atlante Farnese

Dei contenuti delle sue opere abbiamo delle informazioni che troviamo nell’Almagesto di Tolomeo, e da pochi riferimenti in Pappo e Teone (IV secolo), poi in Plinio il Vecchio e nella Geografia di Strabone. 

Non conosciamo il suo aspetto, qualche immagine si trova raffigurata su monete coniate in suo onore (II e III secolo). Ipparco produsse un catalogo stellare contenente 850 stelle andato purtroppo perduto. L’importanza del catalogo è che le stelle erano posizionate sulla sfera celeste con un sistema di coordinate, inoltre le stelle erano classificate secondo la loro luminosità in sei categorie. Sono passati più di due millenni da quando visse Ipparco e il suo sistema di magnitudine stellare con qualche modifica si utilizza ancora oggi. 

Secondo ricerche che risalgono al 1898, il suo catalogo potrebbe essere stato riportato in rilievo sul globo dell’Atlante Farnese (copia romana del II secolo tratta da una statua greca) conservato a Napoli al Museo archeologico. 

Ipparco viene anche ricordato per i suoi studi geografici. Predisse anche l’esistenza di un continente che separava l’Oceano Indiano e l’oceano Atlantico.