A cura di: Silvia Fiumalbi (AAAV) 

“Ogni sera, mentre il Sole discende 

nel suo nascondiglio notturno, 

le stelle emergono come spiriti magici” 

Esse si accendevano nel cielo agli albori delle prime civiltà e si accendono oggi, purtroppo alcune non riusciamo più a vederle ad occhio nudo a causa dell’inquinamento luminoso, ma come gli astri sapevano accendere la fantasia dei primi ominidi, possono ancora aprire in noi, le porte a fantastiche visioni. 

Come si dice tra i giocatori di carte?

“Vali come il due di picche a briscola!” Ebbene, questa volta vi parlerò di una costellazione che nel cielo, ahimè, ha la stessa importanza del due di picche, tanto che neanche viene rappresentata sempre con la stessa immagine. Si tratta della costellazione del cancro che non viene rappresentata, come si può immaginare pensando alla sua etimiologia. Come un granchio (dal latino “cancer”), bensì come un gambero ed è con tali sembianze che viene raffigurato nelle tavole di Hevelius. Egli fa riferimento alla parola greca “karkinos” che significa appunto gambero e che solo in un secondo momento ha dato origine alla parola latina “cancer”. In realtà i due animali non sono poi tanto diversi: Hanno entrambi le chele, inoltre la parola greca viene tradotta sia come gambero che come granchio. Probabilmente Hevelius ha voluto riprodurre nella sua tavola la creatura iniziale.

I sumeri lo chiamavano Al-Lul che significa “granchio”, per gli egizi, invece era il dio dell’alba Khepre, personificazione dello scarabeo stercorario, simboleggiante la rinascita. Ma perchè mi riferivo a questa costellazione come al due di picche? Perchè essa interpreta un ruolo marginale nel grande ed affascinante libro della mitologia che possiamo leggere ed ammirare nel cielo durante le sere serene. Questa creatura prende parte in una delle 12 fatiche dell’eroe latino Ercole, conosciuto dai greci con il nome di Eracle. Una di queste imprese (la seconda con precisione) consisteva nell’affrontare il mostro marino Idra, che abitava nella palude di Lerna, città dell’Argolide. L’Idra (cioè serpente d’acqua) presente anche lui fra le costellazioni, era temuto ogni-dove per la sua capacità di essere immortale: aveva nove teste, ma cè chi dice ne avesse addirittura cento, che una volta mozzate, ricrescevano duplicate, come ci racconta lo stesso Ercole nelle “Metamorfosi” di Ovidio. 

“Quello si rigenerava dalle sue stesse ferite, e delle cento teste che aveva, non ce n’era una che si potesse mozzare senza che sul collo, più sano di prima, due gliene succedessero.” (Ovidio, Metamorfosi, IX, 70-72) 

Arrivato alla palude dove si diceva che abitasse l’invincibile belva, il nostro eroe con frecce infuocate stanò quella creatura orribile a vedersi e cominciò a mozzare le sue numerose teste che, come diceva la leggenda, si duplicavano una volta tagliate dal collo. Fu solo con l’aiuto di suo cugino Igino che si prese la briga di cauterizzare le ferite dalle quali l’Idra rigenerava le sue teste che potè sopraffare il mostro. Fu proprio nel momento in cui ercole stava avendo la meglio che, dal fondo della palude usci fuori un granchio gigante di nome Garcino, mandato dalla Dea Era (Giunone per i romani) a infastidire, o meglio, a mordere le dita dei piedi e le gambe di Ercole perchè fallisse la prova. La Dea Era nutriva un profondo odio per Ercole, nato da un tradimento di suo marito Giove con la regina Micene Alcmena e per tutta la vita il figliastro subì l’ira della sua matrigna ora sottoponendosi ad una prova, ora ad un’altra. Comunque con la sua forza Ercole schiacciò il granchio riducendolo in poltiglia e schiacciando sotto un enorme masso la testa immortale dell’Idra vincendo così la sfida. Per riconoscenza verso l’Idra e il granchio che aveva cercato di mordere a morte Ercole, Giunone volle posizionare le due “belve”, come le chiama Ercole, nel cielo. E come ci narra Seneca, pare che il “forzuto umano” abbia pronunciato queste parole poco prima di morire: 

“Oh, che grandi mostri ho abbattuto che nessun re mi ha ordinato di abbattere! Mi ha incalzato il valore peggiore di Giunone. Ma a che giova avere reso impavido il genere umano? Gli dèi non hanno pace: la terra tutta ripulita vede nel cielo qualunque cosa abbia temuto: Giunone ha trasferito le belve. Il cancro abbattuto gira intorno alla zona torrida e si volge come astro della Libia e ne matura le messi.” (Seneca, Ercole sul Monte Eta, 61-68) 

Nella costellazione del cancro, troviamo solo due stelle di maggior rilievo: Asellus Borealis e Asellus Australis, nomi latini che significano “asino del nord” e “asino del sud” ed hanno leggende proprie. 

Secondo Eratostene, mentre si combatteva la battaglia tra Dei e Giganti con la sconfitta dei Titani, gli dèi Dioniso, Efesto e altri, si presentarono alla guerra in groppa a degli asini raglianti ed i Giganti, non avendo mai udito tali suoni, pare che si fossero spaventati e dati alla fuga pensando a quegli innocui animali come a dei mostri mai visti prima di allora. Dioniso, quindi, pose quegli asini in cielo distribuendoli ai lati di quell’ammasso stellare chiamato dai greci “Phatne”, ovvero la Mangiatoia dalla quale sembra proprio che gli asini stiano mangiando. Oggi tale ammasso è noto con il nome latino di “Praesepe”, ma è chiamata anche “Alveare” poiché la parola praesepe significa anche “arnia”. 

Nella mitologia cinese e giapponese, invece, questo ammasso di stelle veniva considerato come un portale attraverso il quale si poteva accedere al regno dei morti, un punto di contatto tra i due mondi (umano e dell’aldilà), attraverso il quale passavano i defunti. Anche i popoli della Mesopotamia avevano questa credenza. 

Termino questo mio racconto con una curiosità: la costellazione del Cancro è stata scelta per essere incisa sulle monete euro slovene da 50 centesimi perché la data di indipendenza di questa nazione (25 giugno), si festeggia sotto il segno del Cancro. 

Con questo vi auguro di collezionare moltissime monete di questo tipo e vi dò appuntamento sul prossimo numero con un’altra storia celeste.