A cura di: Silvia Fiumalbi (AAAV) 

“Ogni sera, mentre il Sole discende 

nel suo nascondiglio notturno, 

le stelle emergono come spiriti magici” 

Esse si accendevano nel cielo agli albori delle prime civiltà e si accendono oggi, purtroppo alcune non riusciamo più a vederle ad occhio nudo a causa dell’inquinamento luminoso, ma come gli astri sapevano accendere la fantasia dei primi ominidi, possono ancora aprire in noi, le porte e fantastiche visioni.

Vi ricordate nel numero precedente quando, parlando di Orione, abbiamo nominato la figura del Toro? Vediamone adesso le sue origini. Esse risalgono a ben 3000 anni prima di Cristo, quando le costellazioni zodiacali furono riunite in quella porzione di cielo (il piano dell’eclittica) che ogni mese viene attraversata dal Sole. A quell’epoca, l’equinozio di primavera passava proprio per Aldebaran, la sua stella più luminosa (dall’arabo “al-dbaran” la successiva, alle Pleiadi, oppure l’occhio del Toro, per gli ebrei l’occhio di Dio). Da questo possiamo già intuire la grande importanza che questa costellazione, dapprima rappresentata intera nella sua figura e solo successivamente ridotta alla parte anteriore, poteva avere presso le popolazioni antiche, specie per l’agricoltura che con la primavera aveva la sua rinascita. E proprio il suo equinozio nel Toro dava inizio al nuovo anno. Questo fu il motivo per cui a rappresentare tale stagione, fu scelto un animale legato al mondo agricolo: il toro, già simbolo di fertilità ed abbondanza. 

Costellazione del Toro 

Secondo i SUMERI, il toro celeste era l’animale sacro a Nama, il dio della Luna, ed era ai comandi di An, dio del cielo, il quale aveva una figlia di nome Ishtar (dea dell’amore) la quale si innamorò di Gilgamesh (Orione per i greci), ma fu da lui respinta così chiese al padre di liberare il Toro per mandarlo sulla Terra a distruggere quel re sumero che l’aveva rifiutata. In un primo momento An si rifiutò perché sapeva che il Toro era incontrollabile, ma quando Ishtar minacciò di aprire le porte dell’Ade e far uscire le anime dei morti affamate di carne umana, il padre dovette acconsentire e la bestia fu inviata sulla Terra con Ishtar in groppa che lo teneva per le redini e lo indirizzava verso la città di Uruk, città dove avrebbe trovato l’amato. Giunti a destinazione, come in una scena da girone dantesco, ogni volta che la bestia sbuffava, si apriva sulla Terra una voragine nella quale cadevano anche i soldati più valorosi. Una…due…tre volte, arrivò il compagno fedele di Gilgamesh, Enkidu, il quale dopo es-sere caduto in una delle voragini aperte sul terreno, riuscì a risalire e con l’aiuto di Gilgamesh sconfisse il toro (questo episodio lo abbiamo già citato in occasione del precedente articolo su Orione). 

In EGITTO nella città di Menphi, si adorava il dio Apis che aveva le sembianze di un toro nero con una macchia bianca sulla fronte ed un disco solare tra le corna. Secondo la leggenda il Dio, scendendo sulla Terra, si incarnava in un toro siffatto e gli abitanti della città attraversavano le campagne per cercare un toro simile e portarlo all’interno dei santuari, custodito dai sacerdoti e circondato da giovani giovenche che entravano a far parte del suo Harem fino alla morte, quando si tornava a battere le campagne alla ricerca di una nuova reincarnazione del dio.

Originariamente questa costellazione era più estesa di come la vediamo oggi, non solo perché attualmente essa viene rappresentata con la sola parte anteriore dell’animale, ma anche perché gli egizi la divisero in due per far posto alla costellazione dell’Ariete, che rappresentava il dio Amon-Ra e che dal 2200 a.C., a causa della precessione dell’asse terrestre, divenne la costellazione nella quale vi sorgeva il sole all’equinozio di primavera. 

Pare inoltre che il dio Osiride venisse identificato con questa costellazione poiché tal-volta assumeva le sembianze di un Toro, mentre la sorella Iside veniva rappresentata con corna di vacca con al centro il disco lunare, che identifica il simbolo geroglifico del toro, dove un sole sormontato da una mezza luna con le punte all’insù compare incastonato tra le corna dell’animale. Qui i due astri simboleggiano l’unione tra il femminile ed il maschile e riconducono all’idea di fertilità che veniva associata all’animale. 

Secondo i PERSIANI, la costellazione immediatamente sopra il toro che noi chiamiamo Perseo, era la rappresentazione di Mitra, dio della luce e della giustizia che uccide il toro e dal suo sangue farà nascere tutta l’Umanità. 

Ma veniamo ora a quella mitologia più vicina a noi ovvero quella GRECA dove si narra di una figura mitologica metà uomo e metà toro, il Minotauro, figlio di un toro divino e di Pasifae, regina di Creta, che fu rinchiuso da suo marito Minosse nel labirinto di Cnosso e successivamente sconfitto da Teseo. Pasifae si era innamorata dell’animale dopo che il consorte si era rifiutato di sacrificarlo al dio Poseidone, il quale per vendicarsi fece nascere l’amore impossibile tra la bestia e la regina. Pasifae, vogliosa di giacere con l’animale chiese aiuto al famoso architetto Dedalo, il quale costruì una giovenca lignea nella quale fece entrare Pasifae per rendere possibile l’accoppiamento dal quale nacque il feroce Minotauro.  Lo stesso Minosse, re di Creta, era nato dall’unione di un toro e la principessa fenicia Europa, come ci racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”. Il toro era Zeus trasformato in questo animale, che i cretesi identificavano anche con il dio Sole, per sfuggire alla gelosia della moglie Era mentre cercava di amoreggiare con Europa. Una volta ottenuta la fiducia della fanciulla, si fece cavalcare fino all’isola di Creta, dove le si rivelò e di fronte al rifiuto di lei, la prese con violenza e da questa unione nacque Minosse. 

Nella mitologia ROMANA, invece, il toro veniva identificato con il dio del vino Bacco: durante le feste a lui dedicate un toro veniva adornati di fiori e accompagnato da vergini danzanti rappresentanti le Iadi e le Pleiadi. L’astronomo tedesco cristiano e gesuita Julius Schiller ribattezzò la costellazione del toro con il nome di Sant’Andrea, aderendo alla riforma della chiesa che prevedeva di sostituire i nomi derivati dal mondo mitologico greco con quello ispirato al Vecchio e al Nuovo Testamento. Nel 1627 pubblicò il “Coelum Stellatum Christianum” dove le costellazioni zodiacali venivano denominate con i nomi dei dodici apostoli, mentre quelle dei due emisferi prendevano il nome di personaggi biblici. Questa rivoluzione, però non ebbe successo poiché la mitologia greca era molto radicata, anche in ambienti ecclesiastici. Il Toro, come tante altre costellazioni, ci parla del passato di molte civiltà compresa la nostra e del profondo rapporto che lega l’uomo con gli animali, nonché quello che lega l’astronomia alla mitologia e alla religione.