A cura di Slivia Fiumalbi – AAAV 

“Ogni sera le stelle emergono come spiriti ma-gici, mentre il Sole discende nel suo nascondi-glio notturno” 

Esse si accendevano nel cielo agli albori delle prime civiltà e si accendono oggi, purtroppo alcune non riusciamo più a vederle ad occhio nudo a causa dell’inquinamento luminoso, ma come gli astri sapevano accendere la fantasia dei primi ominidi, possono ancora aprire in noi, le porte a fantastiche visioni. In questo numero del “Bollettino astronomico” – nel secondo appuntamento con la nuova rubrica di mitologia – tratterò una delle storie d’amore più belle scritte nel firmamento. Essa riguarda la costellazione boreale della Lyra. 

Quando Tolomeo inserì questa costellazione nella sua raccolta, chiamò la stella più brillante con il nome di “Lyra” in onore alle sue origini greche. Gli arabi la chiamarono “alnasr alwaki”, cioè “aquila che attacca” o “avvoltoio” poiché vedevano in essa un’aquila pronta a brandire in picchiata una lira, a differenza 23 

dell’aquila nella costellazione vicina che si presenta con le ali spiegate. Successivamente la seconda parte della parola araba ha dato vita al nome Wega e poi Vega. Una leggenda di ben 2000 anni fa appartiene alla cultura cinese e giapponese, dove questa costellazione è legata a quella dell’Aquila nella cui stella Altair vedevano un pastore (Hikoboshi), mentre nella stella Vega vedevano una tessitrice (Horihime). I due si innamorarono, venendo meno 

ai loro compiti celesti, cioè aver cura del gregge e tessere vesti per gli dèi: perciò le divinità li punirono costringendoli a stare sulle parti opposte della Via Lattea (nella loro cultura il fiume Ama no Gawa) in modo che non potessero più incontrarsi se non una volta all’anno; la settima notte della settima Luna quando le gazze migrano e creano un ponte tra le due costellazioni, permettendo ai due amanti di vivere insieme per un breve istante. 

Negli antichi atlanti celesti, la costellazione è stata spesso rappresentata come un’aquila che sembra trattenere con il becco una lira. La punta del becco coinciderebbe con la stella alfa cioè Vega, che fu nominata dall’astronomo Johann Bode in latino “Testa”, o corazza di tartaruga, che si suppone Ermes avesse usato per costruire la lira. Ermes era il messaggero degli Dei, poi protettore dei ladri, figlio di Zeus e di Maia, una delle Pleiadi, nonché fratello minore di Apollo. 

Fu un bambino molto precoce, tanto che nel suo primo giorno di vita, uccise una tartaruga (che poi divenne il suo animale sacro insieme al gallo) che si trovava presso la sua caverna 

per farne una lira. Ripulito il guscio, fece dei buchi lungo il bordo e posizionò diagonalmente sette corde (quante il numero delle Pleiadi), fatte di budello di mucca e inventò il plettro per suonarla. Quella sera stessa, andò a rubare le mucche di proprietà di Apollo, il quale si infuriò a reclamarne la restituzione, ma sentendo una musica così bella provenire da quella lira che Ermes subito si mise a suonare, lasciò che suo fratello si tenesse il bestiame in cambio di quello strumento musicale così particolare che per un po’ di tempo sostituì la sua amata cetra. 

Eratostene narra che più tardi, Apollo consegnò la lira ad Orfeo (nato dalla sua unione con la ninfa Calliope), il più grande musicista del suo tempo. Diverse furono le imprese alle quali partecipò: una fu unirsi agli Argonauti nella ricerca del vello d’oro e quando essi passarono vicino all’isola delle Sirene, note per aver ucciso molti marinai con i loro canti, egli le sfidò intonando un controcanto che coprì le loro voci, salvando così la vita ai suoi compagni. 

Con l’aiuto di quella lira, era capace di incantare ogni essere vivente e non della Terra. Infatti, si dice che il suono armonioso che emanava da quello strumento, fosse capace di incantare le pietre, i fiumi e perfino gli alberi riuscivano a sradicarsi dai monti per seguire quell’armonia di suoni fino alle coste della Tracia. Ma la sua magica arte non poteva comunque tenerlo al riparo dalla forza dirompente dell’Amore che, almeno una volta nella 

vita bussa alle porte del cuore di ognuno di noi dandoci quel coraggio che ci fa affrontare qualsiasi pericolo in suo nome. Un giorno Orfeo si addentrò nei fitti boschi popolati dalle Muse (custodi delle Arti e delle Scienze) suonando la sua lira ed attirando intorno a sé animali feroci e non, così che si poteva vedere il lupo e l’agnello che sedevano vicino pacifici. Ad un tratto, facendosi strada tra le grandi foglie della selvaggia vegetazione che cresceva inviolata da mani umane, gli apparve davanti agli occhi una celestiale visione: una fanciulla la cui bellezza quasi riusciva a sminuire la soave armonia che fuoriusciva dalle corde vibranti di quel magico strumento. Il suo nome era Euridice ed apparteneva al regno delle Ninfe. Anche ella rimase incantata da quella lira e del suo musicista si innamorò. I due si sposarono, ma la bellezza di Euridice non poteva essere ignorata e finì per divenire la sua condanna. Un giorno ella fu inseguita da Aristeo, un figlio di Apollo, per possederla e mentre sfuggiva nel bosco, correndo, inciampò su di un sasso e cadde. La sorte volle che vicino a lei si trovasse un serpente, il quale la morse a morte relegando così la sua anima nel mondo degli inferi, dove Ade (Plutone per i latini) regnava con la sua triste sposa Persefone (Proserpina per i latini), un tempo gaia e rapita prematuramente alla vita terrena come la sfortunata Euridice. Improvvisamente il vento accolse il lamentoso pianto delle ninfe e lo portò fino all’orecchio di Orfeo che, abbandonata la sua musica, si precipitò a cercare la sua sposa. Giunto innanzi a lei, vide il suo corpo giacere sulla fredda terra privo di vita e fu in quel preciso istante che decise di tentare ciò che non era mai stato fatto in precedenza, un’impresa senza uguali: discendere negli inferi e riprendersi quello che gli era indispensabile come l’ossigeno: la sua Euridice. 

Si recò presso l’ingresso della dimora senza ritorno, nel regno di Ade (che significa l’invisibile) accompagnato dalla sua lira, certo che con essa avrebbe potuto indurre i sovrani ad un gesto di pietà verso di lui, restituendo l’alito della vita ad Euridice e permettendole quindi di tornare dal suo sposo. Al suono delle struggenti note e alla voce malinconica che le accompagnava, gli “oscuri” reali non poterono sottrarsi alla commozione e decisero di concedere ciò che mai era stato concesso, ma ad una condizione: chiamata Euridice al loro cospetto, intimarono ad Orfeo di ripercorrere il tragitto fatto nell’oscura caverna senza mai voltarsi indietro a guardare se la sua sposa lo stesse effettivamente seguendo. Se lo avesse fatto, la bella ninfa sarebbe stata nuovamente risucchiata 

dalle tenebre per sempre. Orfeo, con gli occhi traboccanti di gioia e gratitudine, ringraziò i sovrani e con Euridice si congedò. Nessun flebile bagliore illuminava i passi dei due amanti, fiduciosi dell’amore che provavano l’uno per l’altro percorsero a ritroso i sentieri contorti di quel regno maledetto fino a giungere dinnanzi a Caronte che per la prima volta traghettò un’anima in senso contrario. Faticosamente risalirono quei cunicoli che l’avrebbero portati a rivedere la luce, ma quando l’oscurità cominciò pian piano a diradarsi, Orfeo fu dubbioso 

“Ahimè Orfeo, 

chi ci ha perduti, 

quale follia? 

Senza pietà il destino indietro mi 

richiama ed un sonno vela di morte i 

miei occhi smarriti. 

Ed ora addio: 

intorno una notte fonda mi assorbe 

e a te, non più tua, inerti tendo le mani.” 

Orfeo si lanciò impavido nelle tenebre, ma questa volta Caronte gli negò il traghetto. 

Tutto era stato vano. 

Su come egli visse da quel momento in poi, ci sono due versioni: Ovidio nelle “Metamorfosi” ci racconta che Orfeo volle tramutare e concretizzare il suo dolore scegliendo di vivere sull’Emo, impervia montagna della Tracia, dove il vento soffiava gelido ed il sole raramente si affacciava, simile ad un oltretomba della Terra. 

sul fatto che la sua adorata sposa lo stesse ancora seguendo e come il primo raggio di luce tornò ad accarezzare il suo viso, egli si voltò. Euridice non aveva ancora raggiunto l’uscita della caverna, l’ordine perentorio di Persefone era stato violato ed Orfeo si vide strappare ancora una volta il suo amore. 

Virgilio nelle sue “Georgiche”, come altri grandi poeti del passato (Ovidio nelle “Metamorfosi”, Omero negli “Inni omerici”) così fa parlare Euridice: 

Per tre anni non toccò la lira, come uno spettro vagava avvolto nel suo mantello nero fin quando il suo sentimento si fece di nuovo musica… e la musica tornò ad incantare ogni essere vivente… e la musica… tornò a far risuonare le valli. Un giorno, però, un contro-canto di donne dal rabbioso incedere si fece dinnanzi a lui: erano giovani fanciulle che si erano offerte di consolare il povero vedovo, ma nessuna poteva aspirare ad abitare il cuore di Orfeo, così, ad una ad una, trascinate dall’ira per il rifiuto, cominciarono a lanciare sassi verso di lui fino a spegnere quella piccola, flebile fiammella di vita che ancora conservava. Non contente, come orribili bestie infernali, strapparono e ridussero in brandelli il corpo esanime di Orfeo disperdendo le sue membra ovunque. La testa e la lira furono gettate nel fiume Ebro e mentre venivano trascinate dalla corrente, la voce dolente del poeta, come un lamento spettrale si levava dall’acqua, ma se per l’umana credenza la morte era qualcosa dalla quale rifuggire, per lui rappresentava il bramato ricongiungimento con la sua eterna amata. 

Secondo la versione di Eratostene invece, Orfeo provocò le ire di Dioniso per non aver compiuto sacrifici in suo onore e allora il dio mandò i maniaci suoi seguaci a farlo a pezzi. Comunque siano andate le cose, alla fine i due amanti si ricongiunsero. 

Questa storia doveva essere ricordata fino alla fine dei tempi così, per volere di Zeus e di Apollo, le Muse raccolsero i pezzi del corpo di Orfeo dandone degna sepoltura e posero la sua lira in cielo perché lì questa storia fosse scritta per sempre. 

Anche queste bellissime storie non potevano sottrarsi al racconto dell’Arte, così sono state protagoniste di vasi antichi, dipinti, sculture, poemi e opere musicali. Come non lasciarsi trasportare dalle struggenti arie di “Orfeo e Euridice” di Christoph Willibald Gluck, ma anche di Monteverdi, Haydn, Offenbach che, insieme ad altri artisti come Virgilio, Ovidio, Canova, Tiziano, Moreau, Chagal, Monet, P.P.Rubens vollero che queste leggende vivessero per sempre nei cuori di tutti i popoli della Terra.