Leggende del cielo: la costellazione di Ofiuco

(A cura di Silvia Fiumalbi – AAAV) 

“Ogni sera, mentre il Sole discende  nel suo nascondiglio notturno,  le stelle emergono come spiriti magici” 

Anche la costellazione di questo mese, fa parte dello zodiaco, benché l’odierna astrologia non riconosca questo segno: principalmente per comodità, visto che era molto più semplice abbinare dodici costellazioni zodiacali ai dodici mesi canonici. Quindi occorre fare una precisazione: nel corso dell’anno, sembra che il Sole attraversi i 12 segni astrologici convenzionali, ma in realtà interseca 13 costellazioni ed è proprio di questo “tredicesimo intruso” che andremo a scoprire la mitologia. 

La costellazione di Ofiuco è attraversata dal Sole dal 30 novembre al 17 dicembre: e qui dò notizia a tutti coloro che fino a ieri si sentivano dei sagittario, paladini della giustizia e amanti dell’avventura e delle avventure, che non lo sono più. Ma attenzione: tremate voi appartenenti ad altri segni!! Potreste avere la stessa sorte, visto che il Sole comunque non sosta un intero mese nelle varie costellazioni zodiacali e ciò rivoluziona tutto l’oroscopo (… sempre per chi ci crede!). 

Il termine Ofiuco deriva dal latino “Ophiuchus” che significa “colui che porta il serpente o serpentario”, ma vi è anche una derivazione dal greco in “colui che tiene il serpente”, infatti essa è rappresentata da un uomo con un serpente avvolto attorno al corpo, che nella mano sinistra tiene la testa del serpente e nella destra la coda. Conosciuta fin dall’antichità, è una delle 48 costellazioni descritte da Tolomeo e la mitologia che lo riguarda è principalmente quella greca nella quale viene associato al dio della medicina Asclepio (Esculapio per i latini), venerato in tutta la Grecia fin dal VI secolo a.C. e dal III secolo a.C. anche a Roma, figlio di Apollo e Coronide. Il loro amore, come spesso si dice di un sentimento così inatteso, fu un colpo di fulmine e la passione che travolse entrambi fu tale che al primo incontro la fanciulla rimase incinta. Sfortunatamente Apollo fu richiamato a Delfi ed affidò la giovane amata ad una cornacchia dalle piume bianche (così erano in origine) che aveva il compito di assistere e sorvegliare la ragazza fino al suo ritorno. Durante l’assenza del dio però (come dice il proverbio “occhio non vede cuore non duole”), Coronide conobbe un giovane mortale, Ischiys, uno straniero venuto dall’Arcadia di cui si innamorò al punto di accettare la sua proposta di matrimonio. Così facendo, non rispettò l’usanza secondo la quale una donna fecondata da un Dio doveva sposarsi con un uomo del suo villaggio, scelto per lei come padre dell’eroe che sarebbe nato. La cornacchia volò a Delfi per dare la notizia ad Apollo, ma lui, conoscendo già la verità, si adirò con il povero uccello poiché non aveva fatto niente per impedire l’accaduto e per vendicarsi tramutò le sue piume da bianche a nere e così rimasero per tutti i suoi discendenti. Contemporaneamente Artemide, che era venuta a conoscenza del dispiacere del fratello, per vendicarlo uccise Caronide con le sue frecce, poi la gettò in un rogo, mentre Ischys fu ucciso da Zeus con una folgore. Arrivato Apollo davanti alla pira dove ormai il corpo dell’amata era avviluppato dalle fiamme, mosso da compassione, chiese aiuto ad Ermes per cercare di salvare almeno il frutto del loro amore nato all’ombra della Luna e morto al sorgere del Sole. I due riuscirono miracolosamente a sottrarre la creatura da quel destino, immeritato per un innocente, prima che le fiamme ne consumassero il corpo ancora protetto dalle viscere lacere della madre. Quel bambino, al quale fu dato nome Asclepio, fu affidato al centauro Chirone, famoso educatore di dei ed eroi che lo introdusse alla medicina, alla chirurgia e allo studio dei farmaci, al punto che riuscì a scoprire un rimedio per resuscitare i morti. Di nuovo il fato si scagliò contro di lui e la dea della fortuna, che da piccolo le era stata favorevole, questa volta non riuscì ad evitargli la morte. Infatti, Ade, visto le poche anime che giungevano alle porte dell’Oltretomba, temendo che gli uomini non avrebbero più mostrato fede, timore e devozione verso gli dei, anche perché l’immortalità che fino ad allora era loro prerogativa, sarebbe stata ora accessibile anche dai comuni mortali, lo fece folgorare da Zeus. Questo destò l’ira di Apollo che, per vendicarsi, uccise i Ciclopi, giganti che avevano il compito di fabbricare i fulmini usati da Zeus. Poi, come il coccodrillo che prima sbrana la preda senza pietà alcuna e poi piange lacrime di falso pentimento, si fece prendere dal rimorso e lo fece resuscitare ponendo la sua immagine nel grande libro illustrato del cielo per l’eternità con un serpente tra le mani. Secondo una variante del mito, fu la dea Atena a donare la capacità ad Asclepio di ridare la vita ai defunti. 

Ma il serpente che Ofiuco trattiene a sé, potrebbe derivare anche da un altro mito greco: si tratta della sfortunata storia del giovane Glauco, figlio di Minosse, il quale, mentre inseguiva per gioco un topo, cadde in un otre colmo di miele morendo affogato nell’ambrosia. Immediatamente fu chiamato Asclepio che, mentre stava esaminando il corpo senza vita di Glauco, fu attaccato da un serpente che riuscì ad uccidere con il suo bastone. L’animale strisciante non era però arrivato al cospetto del fanciullo per qualche oscura ragione, ma avrebbe voluto rendersi utile in quella situazione che sembrava senza speranza e a tal proposito si presentò un secondo serpente che portava nella bocca un’erba che lasciò cadere sulla testa del compagno morto e questo miracolosamente tornò in vita; poi i due animali se ne andarono. Subito Asclepio raccolse il rametto di erba e la pose delicatamente sul capo di Glauco, come aveva visto fare dal serpente e lo riportò in vita. Per questo motivo ad Esculapio furono riconosciute doti di guaritore divenendo il 

più grande guaritore dell’antichità, nonché il primo medico della storia. Da allora il serpente divenne sacro ad Asclepio e quando morì, fu portato in cielo insieme a lui condividendo la gloria per il suo operato in vita. 

Secondo alcuni studiosi, il mito dei rettili sarebbe ancora più antico, grazie alle caratteristiche farmacologiche del proprio veleno che, se usato in piccole dosi, ha addirittura proprietà terapeutiche. Secondo Iginio, proprio a causa di questo incidente, Ofiuco è rappresentato in cielo con il serpente, che è divenuto il simbolo del recupero della salute per la caratteristica che hanno i serpenti di cambiare pelle ogni anno, come se ogni volta rinascessero. Il bastone di Asclepio è oggi divenuto il simbolo della medicina ed anche il logo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; tuttavia, talvolta viene confuso con quello di Ermes, che invece, ha due serpenti arrotolati attorno al bastone. Alcuni studiosi sostengono inoltre che quello arrotolato sul bastone di Asclepio, non fosse un serpente bensì un verme. In antichità gli uomini soffrivano spesso di questo genere di parassiti come la filaria, che venivano estratti da sotto la cute facendoli arrotolare attorno ad un bastoncino ed è possibile che i guaritori dell’epoca pubblicizzassero questo servizio usando il simbolo del verme arrotolato sul bastone. 

Iginio, però, ci racconta anche un’altra storia: secondo lui Ofiuco sarebbe Ercole che uccide, sulle rive del fiume Sagaris, un serpente che terrorizzava e devastava i campi coltivati. Per questo atto eroico la regina di quel luogo, Onfale, lo riempì di doni e chiese a Zeus di ricompensarlo anch’egli, così il padre degli dèi lo accolse in cielo ponendolo tra le stelle nell’atto di strangolare il rettile. Possiamo però osservare che la rappresentazione di questa costellazione non corrisponde alla storia narrata da Iginio.