A cura di: Silvia Fiumalbi (AAAV) 

“Ogni sera, mentre il Sole discende 

nel suo nascondiglio notturno, 

le stelle emergono come spiriti magici” 

Esse si accendevano nel cielo agli albori delle prime civiltà e si accendono oggi, purtroppo alcune non riusciamo più a vederle ad occhio nudo a causa dell’inquinamento luminoso, ma come gli astri sapevano accendere la fantasia dei primi ominidi, possono ancora aprire in noi, le porte a fantastiche visioni. 

Il nostro viaggio indietro nel tempo alla scoperta dei cieli più antichi, questa volta ci porterà al cospetto di un gigantesco cacciatore che con la mano destra brandisce una clava e nella sinistra uno scudo o una pelle di leone: il suo nome è Orione. 

Questa costellazione è una tra le più grandi e più luminose del cielo per composizione di stelle, visibile in entrambi gli emisferi, nonché una tra le più misteriose ed antiche, visto le innumerevoli interpretazioni che nella storia dei popoli le sono state attribuite. In generale, proprio le molte varianti assegnate ad una costellazione, non solo questa di Orione, potrebbero essere derivate da una motivazione meteorologica nel senso che queste potevano avere una valenza pratica connessa nello stretto rapporto tra cielo e terra. Orione, ad esempio, nella sua ciclicità è visibile dall’autunno alla primavera e potrebbe essere interpretato come annunciatore dell’arrivo delle piogge e in questo senso si spiegherebbe il motivo per cui nella tradizione classica fosse appellato con termini negativi. Omero nell’ “Iliade” descrivendo Sirio, la stella più luminosa che brilla sotto Orione, dice: “…lo chiamano il cane di Orione ed è il più luminoso, ma la sua luce è segno funesto, presagio di febbri violente per gli infelici mortali”; Virgilio nell’”Eneide” lo definisce “saevus, nimbosus e acquosus Orion”. 

Sulla stessa valenza meteorologica, vengono narrati i racconti delle popolazioni a sud dell’equatore, non più come annunciatore di pioggia, ma dell’arrivo della stagione secca: una leggenda della tribù Sherenté del Brasile narra di un giovane alla ricerca dell’acqua in compagnia di sette fratelli (identificati con le Pleiadi). 

La costellazione è presente già nell’Antico Testamento: qui aveva il nome di Kesil, ovvero l’empio, e viene identificato con il mito ebraico di Nimrod (forse il dio Ninurta dei babilonesi), descritto come il più abile tra i cacciatori, dotato di una forza straordinaria derivante dal dono che Dio gli aveva fatto delle pelli usate da Adamo ed Eva per coprirsi. Un giorno, forte delle sue capacità, innalzò idoli per farli adorare da tutti e costruì la torre di Babele per sfidare Dio. Gli angeli allora scesero sulla Terra e per punire i traditori confusero i linguaggi e distrussero la torre. Nimrod continuò a regnare finché, in una battuta di caccia, fu ucciso da Esaù e da suo fratello Giacobbe, il quale rubò le sacre vesti nascondendole perché nessuno potesse più indossarle. Proprio riguardo alla sua superbia la scrittrice Paola Capponi, che ha dedicato a questo personaggio un libro, lo descrive così: “sembra con la sua imponenza lanciare una sfida a Dio, arrogante e altero pare voler gareggiare con gli dèi.” 

I SUMERI, considerati da molti i primi astronomi, chiamarono questa costellazione “Uru anna” cioè “la luce del cielo” e identificarono questa figura con il loro eroe Gilgamesh nell’atto di scontrarsi con il Toro Gud anana, cioè “il toro del cielo”. Secondo la leggenda Gilgamesh, re della città di Uruk, aveva rifiutato di sposare la dea Ishtar (dopo identificata con la dea Venere), la quale per vendicarsi, chiese al padre, dio del cielo, di inviare un toro a distruggere le campagne di Uruk, ma Gilgamesh con l’aiuto di un suo fedele compagno Enkidu, uccise il toro e ne gettò i resti in cielo contro la dea. 

Per gli EGIZI questa costellazione era identificata con Osiride, dio del regno dei morti e la sua ciclicità nel corso dell’anno rappresentava il passaggio tra la morte e la rinascita, ma anche la fine della stagione secca e l’inizio delle inondazioni del Nilo a fertilizzare le terre adiacenti. Studi sulle tre principali piramidi di Giza (Cheope, Chefren e Micerino) rivelano che la loro posizione corrisponderebbe a quella delle tre stelle della cintura; inoltre, secondo la credenza per la quale si pensava che il faraone una volta morto si sarebbe trasformato in Orione (cioè Osiride), il condotto dell’aria nella Camera del Re veniva costruito facendolo risultare allineato con la stella Zeta Orions, che avrebbe agevolato la trasformazione. Da no-tare la particolarità che il Nilo, rispetto alle tre piramidi di Giza, occupa la stessa posizione della Via Lattea rispetto alle tre stelle della cintura di Orione. 

Riguardo la mitologia greca e romana intorno al personaggio di Orione, esistono molte varianti, ma tutte si articolano su tre elementi comuni: la rappresentazione di Orione come un cacciatore gigante, l’amore impossibile per dee e mortali e la sua morte. 

Nella MITOLOGIA GRECA, come ci racconta Esiodo, Orione era figlio di Poseidone ed Euriale, figlia di Minosse re di Creta. Un giorno, camminando sulle acque arrivò sull’isola di Chio dove, infatuatosi della principessa Merope, la violentò. Saputo l’accaduto, il re accecò Orione e lo cacciò dall’isola. 

Il gigante, allora, si rifugiò sull’isola di Lemmo dove Efesto, impietosito per la sua cecità, lo affidò ad un suo servo che lo portò verso est, dove sorgeva il sole e grazie ad Eos, l’aurora, riacquistò la vista e prese in moglie la dea. Un’altra versione di questa storia narra che Efesto fabbricò degli occhi nuovi che regalò ad Orione il quale, per la gioia, si mise a cacciare senza sosta lungo tutti i territori ad est finché non incontrò la dea dell’aurora Eos, della quale si innamorò. Ogni notte usciva a caccia accompagnato dal suo fedele cane di nome Sirio e talvolta la dea Artemide lo seguiva. Una notte la cacciatrice le si offrì come amante, nonostante fosse votata alla castità, ma lui la rifiutò, innamorato e fedele alla sua Eos; in un primo mo-mento ella si mise il cuore in pace, ma quando seppe che l’oggetto del suo amore si era invaghito delle Pleiadi ed aveva iniziato a molestarle, sentendosi offesa per il rifiuto, tramò la sua vendetta: inviò un suo servo, lo Scorpione che, introdottosi nella capanna dove Orione riposava, lo punse a morte. Stessa sorte capitò al fedele Sirio. 

Secondo la versione di Omero, invece, durante una battuta di caccia Orione affermò di essere capace di uccidere qualsiasi animale esistente facendo così infuriare Gea (la Terra) che fece passare da una fenditura del terreno uno scorpione gigante che punse a morte il cacciatore. 

Secondo un’altra versione ancora, Apollo, fratello di Artemide, per ostacolare l’amore tra lei ed il cacciatore, mise in atto un piano con il quale sfidò la sorella a colpire con arco e frecce un punto del lago a loro vicino non sapendo che quel punto non era altro che la testa dell’amato che si stava concedendo un bagno. 

Di fronte a tanta sofferenza, Zeus volle immortalare Orione ed il suo cane Sirio (nella costellazione del Cane Maggiore) in una zona del cielo opposta a quella dove collocò lo Scorpione, che doveva rammentare ai mortali, come ci racconta Piccolomini in un suo libro, quanto possa essere infausto confidare troppo sulle proprie capacità: infatti, lo Scorpione sorge quando tramonta Orione cosicché il cacciatore non possa più essere punto. Nel cielo la costellazione del cacciatore è vicina a quella del Toro, animale che, secondo alcuni, viene ucciso dall’eroe con una clava ed uno scudo, secondo altri reca in una mano la pelle di un leone invece dello scudo. In effetti non esiste alcuna leggenda che veda Orione uccidere un toro, ciò è dovuto ad una descrizione erronea dell’astronomo Tolomeo che associò Orione all’eroe greco Eracle descritto appunto con una mazza ed una pelle di leone che catturò il toro cretese. 

Forse l’intento dell’astronomo era quello di far conoscere la storia del Minotauro, riesumando un pezzo della tradizione sumera. 

In un altro mito, invece, Orione era legato all’ammasso delle Pleiadi (facente parte della costellazione del Toro) delle quali Orione si innamorò e le inseguì senza posa. Intervenne Zeus a fermare l’inseguimento trasportandole nel cielo sottoforma di stelle. 

Per quanto riguarda la MITOLOGIA RO-MANA, Orione fu generato dall’urina di 

Giove, Nettuno e Mercurio.

 

La leggenda narra che un giorno i tre dei si trovavano nella regione della Grecia chiamata Beozia, giunto il tramonto dovevano rifocillarsi e un contadino di nome Ireo si offrì di dar loro ospitalità. Inizialmente i tre non rivelarono le loro vere identità per vedere come quel contadino li avrebbe trattati, ma di fronte alla generosità dell’uomo che diede loro quanto di meglio aveva nonostante la sua povertà, decisero di palesarsi. 

Il poveretto, allora, immolò un toro in loro onore e Giove, per ringraziarlo, disse che avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio. Ireo, ancora addolorato per la morte della moglie e non avendo nessuna intenzione di risposarsi, confessò il suo desiderio di diventare padre. Giove ordinò che gli venisse portata la pelle 

del toro che gli era stato sacrificato e, insieme agli altri dèi, ci urinò sopra, poi chiese ad Ireo di sotterrare la pelle nell’orto e di ritirarla dopo nove mesi. Egli ubbidì e trascorso il tempo indicatogli, andò nell’orto a dissotterrare la pelle nella quale trovò avvolto quel neonato così tanto desiderato ed al quale dette il nome di Urion (da urina) dove successivamente fu sostituita la lettera “u” con “o” e divenne Orion. 

Orione crebbe come un gigante di rara bellezza, la Dea Diana lo volle con sé nelle sue battute di caccia e lo nominò ministro del suo culto. 

Diodoro di Sicilia, racconta che fu proprio Orione a partecipare alla costruzione della città di Zancle, la moderna Messina. Secondo Esiodo, il gigante trasportò enormi quantità di terra di fronte al porto di Messina per risolvere il problema delle numerose mareggiate e dette vita a quello che oggi chiamiamo Capo Peloro, dove sorge il tempio di Nettuno, voluto proprio da Orione. A ricordo della fondazione della città, in piazza del Duomo, oggi possiamo trovare una fontana in marmo dedicata ad Orione e realizzata dallo scultore Giovanni Angelo Montorsi. 

Come abbiamo detto in precedenza, per la sua visibilità, questa costellazione è presente in molte culture, anche moderne: in Australia le stelle che formano la cintura e la spada, sono chiamate con il nome di casseruola o pentola; in Sud Africa le stelle della cintura sono conosciute come “Drie Konings” (i tre re) o “Drie Susters” (le tre sorelle), mentre in Spagna queste sono conosciute come le “Tre Marie”.