LO STUDIO È STATO PUBBLICATO SULLA RIVISTA ANTIQUITY 

Stonehenge era un calen-dario solare? 

Da tempo gli studiosi sospettano che Stonehenge incorpori una sorta di calendario neolitico, anche se il suo funzionamento rimane ancora un mistero. In un recente articolo, Timothy Darvill sostiene che la numerologia dei sarsen materializzi un calendario perpetuo basato su un anno tropico di 365.25 giorni. Con un commento dell’archeoastronomo Giulio Magli del Politecnico di Milano 

Crediti: Timothy Darvill/Antiquity

Situata nella Gran Bretagna meridionale, a lungo si è pensato che Stonehenge incorporasse una sorta di calendario, sebbene il suo scopo specifico e il modo esatto in cui funzionasse rimangono tutt’altro che chiari. Ora una nuova ricerca condotta da Timothy Darvill della Bournemouth University, pubblicata sulla rivista Antiquity, suggerisce che il sito potrebbe essere stato progettato come un calendario solare. 

Una revisione della sequenza di sviluppo di Stonehenge, pubblicata nel 2012 sulla stessa rivista, ha mostrato che le tre strutture sarsen – il Trilito a ferro di cavallo, il Circolo Sarsen e il rettangolo delle Station Stone – sono state installate tra il 2620 e il 2480 a.C. e che le pietre che le compongono provengono dalla stessa zona, le Marlborough Downs. Quindi, devono essere servite a uno scopo ben preciso, operando come una singola unità. 

Secondo Darvill, i sarsen che costituiscono Stonehenge potrebbero rappresentare i “mattoni” di un calendario basato sui 365.25 giorni solari in un anno tropico medio. Nel suo studio, l’autore suggerisce come avrebbe potuto funzionare un tale sistema di calcolo del tempo e affronta la questione delle sue origini e del suo sviluppo. 

Ma prima di arrivare all’interpretazione dell’autore, vediamo la geometria delle tre strutture principali. 

La struttura visivamente più prominente a Stonehenge è l’anello di 30 sarsen verticali, collegati nella parte superiore da 30 (presunti) architravi, pietre orizzontali che scaricano il loro peso su quelle verticali. I montanti sono convenzionalmente numerati da S(tone)1 a S30 in senso orario, partendo da nord-est. Diciassette dei montanti sono ancora in piedi nelle loro posizioni originali, sette sono presenti ma caduti e sei mancano. Sei architravi rimangono nella loro posizione originale, in cima ai loro montanti di supporto, due giacciono a terra e 22 mancano all’appello. Si pensa che un tempo fossero presenti tutti gli architravi. 

Stonehenge, vista da nord-est. Credit: T. Darvill

La spaziatura dei sarsen è abbastanza regolare, ma il divario tra S1 e S30 a nord-est è superiore alla media, 1.38 metri, suggerendo che si trattasse di una sorta di ingresso; poiché manca la S15, è difficile valutare se vi fosse un divario altrettanto ampio a sud-ovest. La maggior parte dei montanti sono uniformi per forma e dimensioni: la larghezza standard è di circa 1.9 metri, misurata a 1.5 metri dal livello del suolo. Spiccano però due montanti: S11 nel settore sud-orientale è notevolmente più stretto, con una larghezza di 1.1 metri, e anche più sottile e più corto della maggior parte delle pietre verticali; S21 nel settore occidentale appare completo ma è più stretto, a 1.5 metri di larghezza, e più sottile della media.

Istogrammi che mostra la spaziatura e la dimensione delle pietre che formano il Cerchio dei Sarsen. Crediti: T. Darvill

L’autore ha riportato in un istogramma le larghezze dei monoliti e degli spazi vuoti tra le pietre lungo tutta la circonferenza del Circolo Sarsen. In questo istogramma Darvill ha visto una regolarità: procedendo in senso orario a partire da S1, sembrano esserci tre gruppi di-stinti di dieci montanti: S1–10, S11–20 e S21–30. Ogni gruppo è preceduto da un divario leggermente più ampio, con S11 e S21 che si distinguono per le loro dimensioni ridotte. 

All’interno del Circolo Sarsen ci sono cinque triliti disposti a forma di ferro di cavallo aperto a nord-est. Il trilito sud-occidentale (composto dai montanti S55 e S56, e dall’architrave S156) è il più alto e il più grande; gli altri si riducono in altezza verso nord-est. 

Triliti S53 e S54, con l’architrave S154, vista verso l’esterno dall’interno della struttura a ferro di cavallo. Crediti: T. Darvill

Al di fuori del Circolo Sarsen si ipotizza vi fossero quattro pietre disposte ai vertici di un rettangolo, chiamate Station Stone, più piccole di tutte le altre. Solo due sono effettivamente presenti: S91 all’angolo nord-est e S93 all’angolo sud-ovest, sebbene siano presenti gli incavi vuoti in corrispondenza delle posizioni degli altri due (S92 e S94). Insieme, queste quattro pietre definiscono un rettangolo che misura 80 per 30 metri. Le linee che rappresentano i due lati lunghi passerebbero vicino alle facce esterne delle pietre S1/S30 e S15/S16 sulla circonferenza esterna del Circolo Sarsen. 

Nell’architettura di tutti e tre gli elementi sarsen c’è un unico asse astronomico coerente: una linea orientata da nord-est a sud-ovest. Questa linea unisce i punti dell’orizzonte dove il Sole sorge durante il solstizio d’estate a nord-est e dove tramonta durante il solstizio d’inverno a sud-ovest. Questo è l’unico grande allineamento nell’architettura di Stonehenge. L’asse principale passa attraverso l’ingresso del Circolo Sarsen, tra S1 e S30 sul lato nord-est, e tra S15 e S16 sul lato sud-ovest. Il ferro di cavallo è simmetrico rispetto a questo asse. I due lati corti del rettangolo delle Station Stone sono paralleli all’asse principale, anche se spostati a nord-ovest e a sud-est. L’asse principale è indicato anche da due pietre posizionate esternamente al Circolo Sarsen: la Heel Stone (S96) e la sua compagna, scomparsa (S97). 

«Il chiaro allineamento solstiziale di Stonehenge ha spinto le persone a suggerire che il sito includesse una sorta di calendario sin dai tempi dell’antiquario William Stukeley», afferma Darvill. «Ora, le scoperte hanno messo a fuoco la questione e indicano che il sito è un calendario basato su un anno solare tropicale di 365.25 giorni». 

Riassunto del mondo in cui la numerologia degli elementi sarsen a stonehenge si combina per creare un calendario solare perpetuo. Gli elementi non sarsen sono stati omessi per chiarezza. Crediti: V.Constant

Darvill ha studiato queste pietre, confrontandole con altri calendari conosciuti dello stesso periodo. Nella loro disposizione ha identificato un calendario solare, suggerendo che servisse come rappresentazione fisica dell’anno che aiutava gli antichi abitanti del Wiltshire a tenere traccia dei giorni, delle settimane e dei mesi. «Il calendario proposto funziona in modo molto semplice. Ciascuna delle 30 pietre nel cerchio dei sarsen rappresenta un giorno all’interno di un mese, diviso a sua volta in tre settimane ciascuna di 10 giorni», spiega Darvill, osservando che le pietre distintive individuate dall’istogramma potrebbero indicare l’inizio di ogni settimana. 

Quindi 30 pietre disposte simmetricamente rispetto a un asse individuato dai due solstizi. Ogni pietra, secondo l’autore, rappresenta un giorno di un mese composto da 30 giorni. Tra un solstizio e l’altro trascorrono sei mesi, quindi l’anno per chiudere il cerchio di pietre sarebbe di 360 giorni. Ai 12 mesi di 30 giorni era quindi necessario aggiungere in qualche modo cinque giorni (giorni epagomeni, aggiunti per avvicinare la durata dell’anno del calendario a quella dell’anno solare) e un anno bisestile ogni quattro anni. Secondo l’interpretazione di Darvill, il mese intercalare di cinque giorni, probabilmente dedicato alle divinità del sito, è rappresentato dai cinque triliti al centro del cerchio. Le quattro Station Stone al di fuori del Circolo Sarsen potrebbero essere una sorta di marcatore temporale per inserire un sesto giorno al mese intercalare di cinque giorni. Tuttavia non sono evidenti, all’interno del Circolo Sarsen, pietre che identificano i 12 mesi. 

Questa è l’interpretazione che l’autore ha dato alle strutture sarsen presenti a Stonehenge. Darvill non si ferma a ipotizzare il funzionamento del presunto calendario ma si spinge a intravvedere possibili connessioni culturali. Calendari come questo – di settimane di dieci giorni e mesi extra – furono adottati da molte culture durante questo periodo: «Un tale calendario solare è stato sviluppato nel Mediterraneo orientale nei secoli successivi al 3000 a.C. ed è stato adottato in Egitto come calendario civile intorno al 2700 e ampiamente utilizzato all’inizio dell’Antico Regno intorno al 2600 a.C.», spiega. Ciò solleva la possibilità che il calendario tracciato da Stonehenge possa derivare dall’influenza di una di queste culture. Darvill spera che future ricerche possano far luce su queste possibilità. «Trovare un calendario solare rappresentato nell’architettura di Stonehenge apre un modo completamente nuovo di vedere il monumento come un luogo per i vivi. Un luogo in cui i tempi delle cerimonie e delle feste erano collegati al tessuto stesso dell’universo e dei movimenti celesti», conclude. 

C’è chi però non è convinto della validità dell’interpretazione proposta dallo studio di Darvill, come l’archeoastronomo Giulio Magli del Politecnico di Milano, astrofisico specializzato nello studio delle relazioni tra l’architettura delle antiche civiltà e la disposizione della volta celeste, al quale ci siamo rivolti per un commento. «Succede a volte che anche gli scienziati (e le riviste) più seri vengano tentati dalla “numerologia”. Questo è esattamente il caso di questo articolo che, oltre a proporre una sorta di ispirazione totalmente fuori luogo del presunto “calendario solare” di Stonehenge da quello egizio, costruisce il calendario mede-simo individuando arbitrariamente il numero delle pietre del cerchio (30) come i presunti giorni di 12 ipotetici mesi, da aggiungere a cinque triliti per ottenere 365, da aggiungere all’orientamento (questo sì veritiero) del monumento al solstizio d’inverno per decidere quando aggiungere un ulteriore giorno. Peccato che il numero fondamentale, il 12, non 

compaia e che sia quasi impossibile utilizzare un allineamento megalitico per stabilire con grande precisione il giorno del solstizio. L’archeoastronomia sta diventando sempre di più una scienza fondata su basi rigorose e questi exploit, purtroppo, non le fanno bene». 

Per saperne di più: 

Leggi su Antiquity l’articolo “Keeping time at Stonehenge” di Timothy Darvill. 

LE OPERAZIONI SCIENTIFICHE CON LO STRUMENTO SONO ATTUALMENTE SOSPESE 

Stop per eRosita a seguito del conflitto in Ucraina 

Marco Malaspina 04/03/2022 

Seguendo la raccomandazione di sospendere la cooperazione con la Russia, lo scorso 26 febbraio il telescopio per raggi X eRosita del Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics – uno dei due strumenti a bordo della missione russo-tedesca SpektrRg – è stato posto in modalità provvisoria. Facciamo il punto con il project scientist della missione, l’astrofisico Andrea Merloni del Max Planck 

I due strumenti a bordo dell’osservatorio spaziale Spektr-Rg. Il telescopio eRosita, con i suoi sette specchi, è quello più grande, al centro dell’immagine, mentre in alto a destra si vede Art-Xc. Crediti: Dlr German Aerospace Center.

Fra le tante conseguenze sullo spazio dell’invasione russa dell’Ucraina c’è anche lo stop alle operazioni scientifiche del telescopio spaziale eRosita, uno dei due strumenti della missione russo-tedesca Spektr-Rg. Realizzato dal Max Planck Institute for Extraterrestrial Physics (Germania) e lanciato il 13 luglio 2019 dal cosmodromo di Baikonur insieme al telescopio russo Art-Xc, eRosita si è mostrato fin dai primi giorni uno strumento di qualità eccellente, con tutte le carte in regola per dare un forte impulso a un settore – quello dell’astrofisica spaziale a raggi X – che da tempo non ve-deva entrare in azione un nuovo telescopio. Programma interrotto bruscamente il 26 febbraio scorso a seguito della raccomandazione di sospendere la cooperazione con la Russia. Ora eRosita è sospeso in safe-mode. Cosa significhi e quali ricadute possa avere per la scienza lo chiediamo al project scientis della missione, l’astrofisico Andrea Merloni, del Max Planck. 

Dunque il telescopio è in modalità safe. Vuol dire che è spento? 

«In safe mode le sette camere sono spente – e chiuse – ma lo strumento è acceso, e la regolazione della temperatura dei vari elementi (gli specchi in primis) rimane attiva. Il computer -che “governa” eRosita è acceso, ed è in grado di registrare e trasmettere i valori di housekee-ping, ovvero di monitoraggio dello stato del telescopio». 

Quali conseguenze avrà questo stop sul pro-gramma scientifico della missione? 

«Dal punto di vista programmatico, il principale obiettivo di eRosita è una survey profonda di tutto il cielo a raggi X. Il piano prevede 8 passaggi completi su tutto il cielo. Fino ad ora, circa 4.4 passaggi sono stati effettuati, dunque più della metà di quelli previsti. Ora la survey è ovviamente sospesa. Se e quando saremo in grado di ripartire, il piano sarà di completare il programma originario. Detto questo, il volume e la qualità dei dati accumulati fino a ora è straordinario, e solo in piccola parte sono già stati analizzati e pubblicati. Il nostro lavoro scientifico sui dati che abbiamo raccolto fino a ora continua. Da questo punto di vista i gruppi tedeschi e russi sono completamente indipendenti». 

L’eventuale uscita dal safe mode, e dunque ritorno alla piena funzionalità, sarà indo-lore per eRosita o implica passaggi critici – per esempio, con il coinvolgimento di sistemi criogenici? 

«No, non ci sono sistemi criogenici. Ogni risveglio dal safe mode è sempre delicato, ma in principio non ci sono particolari rischi o problemi».- 

LO STUDIO SU FRONTIERS IN GENETICS 

La salute degli astronauti è scritta nell’Rna 

Giuseppe Fiasconaro 04/03/2022 

Un team internazionale di scienziati guidati dalla Mount Sinai School of Medicine di New York (Usa) ha analizzato campioni di sangue vecchi di due decenni prelevati da astronauti che hanno effettuato missioni sulla Stazione spaziale internazionale tra il 1998 e il 2001. 

La ricerca e la quantificazione nel fluido biologico di specifiche molecole di Rna, trasportate all’interno di piccole vescicole chiamate esosomi, suggerisce un loro possibile ruolo come biomarcatori predittivi dei rischi associati alle missioni nello spazio. 

Illustrazione che mostra la biogenesi e il ruolo degli esosomi. Una volta che queste vescicole si sono formate in una cellula donatrice, possono incorporare proteine ed Rna, tra cui i LncRna. Una volta rilasciate all’esterno, vengono inglobate da cellule riceventi, dove i lncRna possono influenzare la funzione delle proteine e controllare l’espressione dei geni. Crediti: Molecular Cancer, Ruihao Zhou et al. 2018 

Andare nello spazio comporta tutta una serie di rischi per la salute, oramai lo sappiamo: l’accelerazione durante il lancio, l’isolamento, il confinamento, la privazione del sonno, la microgravità e le radiazioni spaziali sono tra le cause principali di disfunzioni – al sistema muscolo-scheletrico, alla vista, al sistema immunitario, alla funzionalità gastrointestinale e persino alla sfera delle emozioni – che vengono riscontrate negli astronauti dopo lunghe missioni. 

Ora uno studio condotto da un team di ricercatori guidati dalla Mount Sinai School of Medicine di New York (Usa) ha trovato nuovi marcatori biologici che possono essere utilizzati a fini diagnostici e potenzialmente come strumenti predittivi dei rischi associati al volo nello spazio profondo, e che come tali potrebbero consentire interventi terapeutici precoci per migliorare la qualità della vita degli astronauti. I risultati sono pubblicati sulla rivista Frontiers in Genetics

I biomarcatori in questione sono molecole di Rna (acido ribonucleico) appartenenti alla classe degli Rna lunghi non codificanti, long non coding Rna in inglese: catene di non più di 200 nucleotidi – le unità ripetitive costituenti gli acidi nucleici (Dna e Rna) – che, simil-mente ad altre classi di Rna, come i siRna, i miRna e i piRna, non danno vita ad alcuna proteina, come invece avviene per la classe degli Rna messaggeri (mRna). L’evoluzione ha infatti dato loro altri ruoli: modulare la struttura e la funzione della cromatina (il Dna “aggomitolato” associato a proteine dette istoni); governare la trascrizione dei geni (il processo di lettura del Dna per produrre un Rna messaggero) e la stabilità e la traduzione dell’Rna messaggero in proteine. In una parola sola: un ruolo regolativo. Prodotte all’interno delle cellule e confezionate all’interno di piccole sfere lipidico-proteiche chiamate esosomi, una volta rilasciate all’esterno queste molecole consentono a cellule e tessuti di comunicare tra loro. L’effetto che produce la loro attività regolativa è un profondo cambiamento nella biologia umana. 

In questo studio, con l’intento di valutare il ruolo di questi Rna lunghi non codificanti nella risposta agli stress del volo spaziale, i ricercatori hanno analizzato vecchi campioni di sangue di astronauti che hanno effettuato missioni relativamente brevi (da 5 a 13 giorni) sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) tra il 1998 e il 2001. Il sangue oggetto della ricerca è stato prelevato a suo tempo in due diversi momenti: 10 giorni prima del lancio (il campione controllo) e 3 giorni dopo il ritorno (il campione test). 

Il disegno sperimentale adottato nello studio, riepilogato nell’immagine qui di seguito, è stato il seguente: dopo aver centrifugato i campioni di sangue per separare la parte corpuscolata dal plasma, da quest’ultima componente i ricercatori hanno isolato gli esosomi presenti. Hanno quindi valutato al loro interno la presenza di Rna lunghi non codificanti, identificandoli e quantificandone l’espressione mediante sequenziamento. 

Schema del disegno sperimentale adottato nello studio. Crediti: Malik Bisserier et al. Frontiers in Genetics, 2022

Il primo risultato della ricerca, spiegano gli scienziati, è che a distanza di anni i campioni analizzati contenevano vescicole esosomiali perfettamente conservate, come evidenziato dalle analisi della concentrazione e delle dimensioni di queste vescicole. 

«Sapevamo che l’acido nucleico all’interno degli esosomi può conservarsi inalterato per 15-20 anni, ma non eravamo sicuri di come i viaggi nello spazio li avrebbero influenzati e se avremmo trovato esosomi intatti contenenti acidi nucleici in campioni di sangue conservati vecchi di vent’anni di astronauti che hanno volato con lo Space Shuttle verso la Iss», dice Matthew Coleman, ricercatore al Lawrence Livermore National Laboratory e coautore dello studio. «Il fatto che stiamo ottenendo così tante informazioni sui differenti tipi di Rna incapsulati all’interno degli esosomi e informazioni sui geni e sui processi biologici che essi regolano è una sorprendente sorpresa». 

Il secondo risultato emerge dal confronto delle quantità di Rna lungo non codificante tra campione test (dopo il volo) e campione controllo (pre-volo), e mostra che ci sono ventisette lncRna differenzialmente espressi, i cui geni bersaglio regolano funzioni biologiche critiche. Ciò significa che queste molecole di Rna sono potenziali biomarcatori. 

Da sinistra a destra, i ricercatori Matt Coleman, Angela Evans e Aimy Sebastian del Lawrence Livermore National Laboratory (Llnl), componenti del team che ha trovato i nuovi biomarcatori che potrebbero essere utilizzati come strumenti predittivi dei rischi associati al volo nello spazio profondo. Credit: Julie Russell/Llnl

«Qualcosa nel volo spaziale ha cambiato la quantità di Rna nel sangue degli astronauti», spiega Coleman. «Quando confrontiamo le due condizioni, prima e dopo la missione spaziale, vediamo un cambiamento in più o in meno nelle quantità di lncRna, cambiamenti che influenzano direttamente l’attivazione o la disattivazione di geni coinvolti in importanti funzioni cellulari associate alla neurodegenerazione, alla salute in generale e a malattie cardiovascolari. «Le modifiche», continua Coleman, «erano in percorsi chiave che regolano la trascrizione genica, la segnalazione da cellula a cellula e la segnalazione intercellulare» Insomma, aggiunge lo scienziato, «avevano la firme che erano astronauti; erano stati in un ambiente a gravità ridotta ed erano stati esposti a dosi di radiazioni spaziali». 

In medicina, l’identificazione di validi biomarcatori predittivi del rischio di sviluppare condizioni patologiche consente di effettuare interventi terapeutici precoci che possono migliorare la qualità della vita. Molecole come i LncRna potrebbero essere usate come biomarcatori predittivi dei rischi associati alle missioni nello spazio profondo, spiegano i ricerca-tori. 

«Poiché i lncRna possono modulare un gran numero di geni, la comprensione di questi geni e dei percorsi a cui sono associati, come la salute generale o le malattie cardiovascolari, ci consentirebbe di identificare chi ha bisogno di assumere medicine specifiche, cambiare la dieta o fare più esercizio per scongiurare eventuali effetti negativi del volo spaziale», conclude Coleman. «Con questo tipo di studi si stanno cercando di colmare le lacune conoscitive in questo campo della ricerca. L’obiettivo è comprendere inizialmente gli effetti sul corpo umano del lavoro e dei viaggi nell’orbita terrestre bassa e successivamente nello spazio profondo».

Per saperne di più: 

Leggi su Frontiers in Genetics l’articolo “Emerging Role of Exosomal Long Non-coding RNAs in Spaceflight-Associated Risks in Astronauts” di Malik Bisserier, Nathaniel Saf-fran, Agnieszka Brojakowska, Aimy Seba-stian, Angela Clare Evans, Matthew A. Cole-man, Kenneth Walsh, Paul J. Mills, Venkata Naga Srikanth Garikipati, Arsen Arakelyan, Lahouaria Hadri e David A. Goukassian