DEDICATO A TITO STAGNO E A CHI “QUELLA NOTTE C’ERA”

(A cura di Alberto Villa – AAAV) 

La mattina dello scorso 1° febbraio ero al PC alle prese con uno strano pianeta extrasolare da poco scoperto e chiamato GPX-1b, quando è arrivata la notizia della scomparsa di Tito Stagno, il giornalista che nella notte tra 20 ed il 21 Luglio 1969 condusse quella che è stata sicuramente la diretta televisiva più famosa di ogni tempo, in occasione dello sbarco dell’Uomo sulla Luna. 

La prima cosa che mi è venuta in mente è che quella notte io c’ero, anche se avevo solo 10 anni: istintivamente mi sono fermato e ho abbandonato le mie ricerche su GPX-1b, portato indietro nel tempo dalle emozioni ancora incredibilmente vive che dentro di me venivano a galla, forti come un’onda alla quale volevo solo abbandonarmi lasciandomi portare dove quest’onda voleva. Una riflessione su tutte: il rendermi conto di come – pur così piccolo – accadimenti e persone possono condizionare la tua vita in modo importante e duraturo, nel bene e nel male. Questa volta penso proprio nel bene! Certamente la conquista della Luna a quel tempo era una vicenda molto seguita, ma se mi sono appassionato a questa splendida avventura in tenera età, lo devo senza dubbio anche alla mia maestra, che era molto attenta al mondo scientifico e per questo motivo nei cinque anni delle elementari (1965 – 1969 per quanto mi riguarda) ci ha sempre coinvolto in lezioni davvero molto interessanti, facendo nascere in alcuni di noi una vera passione per le missioni spaziali che avrebbero dovuto portare l’Uomo alla conquista della Luna. Era tanto l’interesse e l’entusiasmo, che la prima immagine che ricordo della mia vita credo proprio sia legata ad una vicenda tristissima accaduta il 27 gennaio del 1967, quando in una prova a terra il modulo di comando dell’Apollo 1 (partenza programmata per il 21 febbraio), prese fuoco sulla rampa di lancio no. 34 a Cape Canaveral. Si discusse a lungo su cosa avesse potuto determinare una simile tragedia, ma sembra proprio che l’innesco dell’incendio avvenne per una causa davvero banale: si trattò infatti di una scintilla causata da un filo scoperto per l’usura, che però a contatto con l’ossigeno puro che riempiva la navicella spaziale riservò una fine orribile ai tre valorosi astronauti: Virgill I. “Gus” Grissom, Ed White e Roger C. Chaffee (Fig. 1) morirono infatti bruciati vivi in pochissimi secondi, senza che nessuno potesse far nulla per loro. Bisogna anche ricordare che il portello di quella navicella Apollo era stato progettato in maniera tale che – volendo uscire – doveva essere innanzitutto sbloccato con una manovra né semplice né rapida, poi tirato verso l’interno della capsula: già i tempi non erano velocissimi in condizioni normali, ma il forte aumento della pressione all’interno dell’abitacolo causato dall’incendio non lasciò nessuno scampo ai tre valorosi astronauti (a seguito di questa tragedia la capsula Apollo fu completamente riprogettata). 

Quando arrivai a casa di ritorno dalla scuola, stavano dando questa notizia al telegiornale e vidi sullo schermo della televisione quell’immagine in bianco e nero della rampa di lancio ripresa da lontano, con una densa colonna di fumo nero che dalla sommità dell’Apollo 1 si levava verso il cielo. Ho provato a cercare in rete quell’immagine, senza però riuscirci: ma è un’immagine che non ho più dimenticato… basta chiudere gli occhi per rivederla. Il giorno dopo – giornali alla mano – a scuola dedicammo tutta la mattinata a questa tragedia, mettendo in evidenza il coraggio degli astronauti, Uomini consapevoli di mettere a repentaglio la propria vita per un sogno: la conquista della Luna. Ricordo che la nostra Maestra al termine della lezione ci fece alzare in piedi per dedicare tutti insieme una preghiera a questi tre eroi, e prima di farci tornare a casa ci raccomandò di recitare sempre una preghiera per gli astronauti durante le missioni che poi ci sarebbero state: cosa che – in concomitanza con le missioni Apollo – ho sempre fatto prima di coricarmi alla sera, dopo aver cercato la Luna in cielo pur sapendo che non avrei potuto vedere la navicella spaziale. Non potevo vederla, ma sapevo che gli astronauti erano là: cosa avrei dato per essere al loro posto e vedere la Luna così da vicino… sogni di un ragazzino di neanche otto anni. 

Dopo la missione dell’Apollo 7 che aveva segnato la ripresa del progetto dopo il grave incidente, non potete immaginare con quanta apprensione si seguì il volo nello spazio di Apollo 8: trascorrendo il Natale del 1968 a bordo della loro astronave, Frank Borman, Jim Lovell e William Anders furono infatti i primi uomini ad abbandonare l’orbita terrestre allontanandosi di circa 400.000 chilometri per raggiungere la Luna, pur senza scendere sulla sua superficie. Per renderci conto della grandezza del progetto Apollo, basti pensare che gli altrettanto valorosi astronauti che oggi raggiungono la ISS – Stazione Spaziale Internazionale orbitano intorno alla Terra ad una quota che su-pera di poco i 400 chilo-metri … e non 400.000! È ormai opinione affermata che considerando la tecnologia disponibile del tempo, il Progetto Apollo rappresenti la più grande impresa che l’Uomo abbia mai portato a termine con successo. 

Tornando a parlare di Apollo 8, va messo in evidenza che i tre astronauti a bordo furono i primi uomini in assoluto a vedere la faccia nascosta del nostro satellite e il sorgere della terra dall’orizzonte lunare: fu William Anders a riprendere l’immagine che possiamo ammirare in Fig. 2, poi consegnata alla Storia ed anche a tante emissioni filateliche. Ma Borman, Lovell e Anders furono soprattutto i primi tre astronauti a circumnavigare la Luna, non potendo pertanto comunicare con la base di Huston quando venivano a trovarsi dietro al nostro satellite. Credo di aver seguito tutte le dirette delle missioni Apollo, ma poche sono state vissute con tanta apprensione come questa di Apollo 8: tanta tensione nella trepidante attesa di poter riascoltare la voce dei tre astronauti che uscivano di nuovo “allo scoperto” dopo essere stati “al di là della Luna”. Pensandoci bene non c’era nulla di strano o di pericoloso che potesse succedere mentre la navicella circumnavigava la Luna, ma l’accensione del motore principale del modulo di servizio che doveva frenare il veicolo spaziale portandolo alla velocità necessaria per inserirsi in orbita intorno alla Luna doveva durare esattamente 4 minuti e 7 secondi, e tutto doveva avvenire con la massima precisione. Borman, Lovell e Anders descrissero questo momento della missione Apollo 8 come i quattro minuti più lunghi della loro vita. Se il motore fosse rimasto acceso per un tempo insufficiente, avrebbero raggiunto la Luna con una velocità ancora troppo elevata per essere catturati nella sua orbita, con il conseguente rischio di andare oltre e perdersi nello spazio. Nel caso contrario, la velocità sarebbe risultata invece troppo bassa e insufficiente per rimanere in orbita, con l’evidente rischio – per non dire la certezza – di precipitare sulla superficie del nostro satellite. Per sapere se i tre astronauti avessero o meno effettuato a dovere questa manovra così importante ed impegnativa c’era soltanto un modo: aspettare di vederli riapparire dall’altro “lato” della Luna correttamente inseriti in orbita, e poter finalmente riascoltare le loro voci. Minuti interminabili dunque, con il tempo che non passava mai: finalmente – esattamente dopo l’intervallo stimato – a Huston tutti si alzarono in piedi applaudendo ed urlando di gioia! Tutto bene… è andato tutto bene!!! 

Senza far mai mancare la preghiera promessa, ho seguito anche le missioni di Apollo 9 e 10, preludio dell’annunciato sbarco sulla Luna affidato come da pro-gramma all’equipaggio di Apollo 11 che portò effettivamente a termine l’impresa nella notte tra il 20 ed il 21 luglio 1969: Neil Armstrong fu il primo ad uscire dal LEM e a posare il piede sulla Luna nel Mare della Tranquillità, Buzz Aldrin lo seguì dopo pochi minuti mentre Michael Collins era rimasto in orbita intorno al nostro satellite in attesa di accogliere nuovamente a bordo i suoi compagni. Tito Stagno aveva condotto tante dirette televisive in occasione delle precedenti missioni, ma le emozioni di quella diretta e di quella notte sono indimenticabili. Ricordo che ad un certo punto sparirono le immagini che arrivavano da Houston e solo le parole di Tito Stagno – professionali e concitate allo stesso tempo – ci facevano immaginare quello che stava accadendo, fino alla fatidica frase “Ha toccato!… Aquila ha toccato!”. Gioia, incredulità e commozione … e pure stupore quando Ruggero Orlando, nostro inviato d’oltreoceano, intervenne per dire che secondo lui l’allunaggio invece non era ancora avvenuto! Nell’emozione di questi momenti che passeranno alla storia. poco importa chi avesse interpretato nel modo corretto. Da lì a poco ecco arrivare le prime immagini da un altro corpo celeste, che ci lasciavano intuire le sagome delle tute bianche di Armstrong – nell’atto di compiere “quel passo così grande per tutta l’Umanità” – e di Aldrin che danzavano e fluttuavano sulla Luna in una gravità che è appena un sesto di quella terrestre. Le immagini che apparivano sullo schermo delle nostre televisioni in bianco e nero, erano pure di qualità peggiore rispetto a quelle che stavano arrivando dalla Luna: al momento della diretta infatti la Luna non era visibile nel cielo di Huston, e quindi il segnale video venne inviato direttamente dal Mare della Tranquillità ad una base a terra situata in Australia che a sua volta provvedeva a ritrasmetterlo a Houston, con una inevitabile perdita di qualità … altri tempi ed altre tecnologie! L’evanescenza di questi uomini che si stavano muovendo sulla superficie di un altro corpo celeste, fece probabilmente aumentare la magia di questi momenti. Le voci quasi metalliche di Neil Armstrong e Buzz Aldrin intercalate da un regolarissimo “bip” ci dicevano che finalmente la Luna era nostra e che un sogno – per il quale alcuni Uomini avevano sacrificato la loro vita – si era avverato. 

Ero davvero molto piccolo e non mi stavo certo rendendo conto dell’importanza di quello che stava accadendo. Ma oggi – dopo 50 anni – c’è la consapevolezza condivisa di aver vissuto in diretta la pagina più bella della storia moderna dell’uomo. 

Se ci siamo stati davvero? Quante parole sono state scritte e dette! Io so solo che dopo aver vissuto con tanta emozione quella notte, ho avuto l’immensa fortuna e l’onore di poter conoscere Charlie Duke che venne a Peccioli nel Maggio del 2017, e vi assicuro che quando ci stava raccontando come guidava il LEM di Apollo 16 nell’Aprile del 1972 (Fig. 5), chiudendo gli occhi mi sembrava di esserci proprio io al suo posto a cercare il sito adatto per posare “le zampe” sulla Luna. Non si può raccontare in questo modo una cosa che non hai fatto davvero: certo che ci siamo stati! Oggi abbiamo oltretutto a disposizione molte prove incontrovertibili in argomento, come ad esempio le fotografie ad alta risoluzione di tutti i siti di allunaggio delle missioni Apollo riprese dall’orbita lunare dalla sonda LRO (Lunar Reconnaissance Orbiter), nelle quali si possono vedere addirittura le tracce lasciate dai “moonwalkers” durante le loro passeggiate sul suolo ricoperto di regolite. 

Il momento più emozionante dei giorni passati insieme a Charlie Duke durante la sua visita a Peccioli, è stato quando mi sono ricordato di avere ancora un disegno fatto in quinta elementare – matita e pastelli colorati – che rappresenta la partenza del Saturno V, ovvero il vettore utilizzato nel progetto Apollo per portare l’uomo fino alla Luna. L’ho sempre conservato come un caro ricordo, ma non mi sarei mai immaginato che dopo tanti anni avrei potuto farlo vedere a chi con quel razzo aveva volato fino a raggiungere la Luna. L’ho preso e l’ho fatto vedere a Charlie raccontandogli che quando ero bambino avevo pregato anche per lui mentre era lassù: si è commosso e su quel disegno oggi c’è la sua dedica… la dedica di un “Moonwalker”! Chi l’avrebbe mai detto… oggi è la cosa più preziosa che ho. 

Un’altra domanda che mi sono posto: nelle stesse condizioni che c’erano a quel tempo, oggi saremmo andati sulla Luna? Sinceramente credo di no. Non voglio parlare di percentuali, ma oggi sappiamo che gli equipaggi delle missioni Apollo non avevano la certezza di fare ritorno sani e salvi sulla Terra, ma allora c’erano rispetto e tanta ammirazione per chi – pur consapevole che ogni per-sona coinvolta nel progetto avesse lavorato con il massimo impegno e responsabilità – era disposto a rischiare la propria vita per un’impresa così ambiziosa, sapendo che quando le tecnologie più avanzate vengono utilizzate al limite delle loro prestazioni l’imponderabile può accadere senza che ci sia necessariamente un colpevole da additare. Insomma in quegli anni era concesso essere dei veri eroi, ed è anche con il sacrificio di preziose vite umane che si sono raggiunti quei traguardi. Oggi se qualcosa va storto l’unica cosa importante è trovare un responsabile: non voglio certo essere frainteso, ma ai giorni nostri – e non soltanto nel mondo dell’astronautica – non sappiamo più accettare che qualcosa possa sfuggire al volere dell’uomo o al controllo della tecnologia. E con questi presupposti trovo assai difficile che si trovi in tempi brevi il modo di mandare l’uomo sul Pianeta Rosso. Queste considerazioni danno ancora più valore a quella che è sicuramente stata la più grande impresa dell’uomo. 

Ho cercato tante volte lassù la Luna in quegli anni, e per poterla vedere meglio per il Natale del 1968 ho chiesto in regalo un telescopio … telescopio si fa per dire: mi arrivò un “cannocchialino” (ben 5 cm di apertura!) che si reggeva su un semplice treppiede … ma per guardare la Luna andava benissimo. Ben sapendo che Apollo 8 stava facendo ritorno a casa avrei provato subito la sera di Natale a puntare la Luna, ma il meteo non era propriamente adatto! La sera del 26 in-vece era tutto sereno e inquadrando per la prima volta la Luna con il mio “telescopio” rimasi a bocca aperta per lo spettacolo dei crateri che prima di allora non avevo mai così! Tra me e me, pensavo quali panorami mozza-fiato avessero potuto vedere Borman, Lovell e Anders nel loro incontro ravvicinato con una tale meraviglia della natura. Non riuscivo a rientrare in casa, e ogni volta che staccavo gli occhi dal mio strumento nuovo di zecca, istintivamente lo sguardo vagava nel cielo andando molto più in là della Luna. Finchè la mia attenzione non fu attirata da un puntino più luminoso degli altri che si vedeva appena sotto la Luna, leggermente sulla sua destra. Con quel rudimentale treppiede come appoggio non fu così semplice inquadrarlo, ma ero davvero deciso a vedere di cosa si trattava: quando nel mio telescopio apparve Saturno l’emozione fu enorme, anche perché non mi aspettavo questa sorpresa. Era piccolo… sì: ma gli anelli intorno al pianeta erano nitidissimi! Quella notte anch’io ho fatto un passo, quello che a 9 anni mi ha fatto innamorare del cielo; e per me quel passo è stato così istintivo e veloce che – al contrario di Armstrong – non mi sono neanche accorto di averlo fatto! Insomma, eccoci qui con alle spalle una vita passata con la testa tra le stelle! 

Chi come me ha vissuto consapevolmente quella magica notte, sicuramente per “problemi anagrafici” non avrà la possibilità di festeggiare qui sulla Terra il centenario dello storico evento: l’appuntamento per il 20 Luglio 2069 per noi è già fissato lassù, sulla faccia nascosta della Luna. Ci troveremo per ricordare e rivivere ancora quelle emozioni, e la parola d’ordine per partecipare a questa festa sarà “Quella notte io c’ero!”. 

Dunque caro GPX-1b, non offenderti se per un po’ ho smesso di occuparmi di te per lasciare spazio a questi ricordi e a queste emozioni, perché anche il fatto di essere venuto a cercarti per rubarti qualche segreto … anche questo lo sai, È TUTTA COLPA DELLA LUNA!